VIRGILIO GUIDI

Virgilio Guidi è nato a Roma il 4 aprile 1891, primo di nove figli, da genitori giovanissimi e di antiche origini toscane.
Il padre era scultore, ma anche poeta dialettale e archeologo per passione.
A tredici anni il padre, volendolo avviare agli studi artistici, lo manda a far pratica d'arte nel laboratorio di Giovanni Capranesi, noto restauratore e decoratore romano che aiuta in affreschi e restauri di antichi palazzi della capitale; attraversa così anche l'esperienza del restauro, vissuta da molti artisti moderni.
Di notte, al lume di candela dipinge per suo conto e a 17 anni espone il suo primo autoritratto, iniziando così la sua lunga carriera di pittore.
All'Accademia di Belle Arti di Roma frequenta un corso speciale di pittura tenuto da Aristide Sartorio e comincia a realizzare una serie di grandi composizioni, Paesaggi romani e i primi abbozzi di Visite in cui inizia a sperimentare le teorie sulla luce e lo spazio, studiate sulle opere degli antichi: lo attraggono soprattutto il luminismo di Correggio e le componenti architettoniche spaziali di Giotto e Piero della Francesca.
Appassionato ammiratore di Correggio nel '21, per sette mesi, Guidi frequenta la Galleria Borghese per fare una copia della sua Danae, mentre De Chirico in un'altra sala si esercita a copiare ritratti del '500 e del '600 veneziano.
Nel 1912 prova a mettere per iscritto le emozioni via via maturate sull'arte.
Nel 1913 dipinge nature morte e paesaggi della campagna romana sotto l'influenza dell'amore per Cézanne e per Matisse, di cui lo attrae la problematica della dinamica del segno e del colore; espone per la prima volta a Roma. Nel frattempo, lasciata la bottega di Capranesi, fa il disegnatore nello studio di un architetto e per circa due anni al Genio Civile. Talvolta, quando dipinge, gli fanno da modelle la madre e le sorelle.
Nel 1914 aderisce al gruppo della Secessione Romana partecipando alla I Mostra di questi artisti, in cui appaiono opere di Braque, Matisse e Picasso. Comincia a frequentare il Caffè Aragno: "Nel '18 incominciai a frequentare il Caffé Aragno, dove era la terza saletta. Era essa una specie di cenacolo di due o tre tavoli in fila in cui sedevano uomini legati da cordiale, ma controllata amicizia: Cardarelli, Ungaretti, Cecchi, De Chirico, impassibile, Longhi, Bartoli, brillante e accentratore, dall'umore intelligente, Barilli, sempre inquieto, incapace di star fermo anche cinque minuti e poi Spadini" ricordava in un'intervista del 1974 egli stesso.
All'Aragno, nel 1924, conobbe anche Carrà, allora in veste di critico d'arte, che aveva scritto non del tutto bene del suo in Tram per antipatia nei confronti di Ojetti, che invece se ne era mostrato entusiasta. Ma fu con Cardarelli l'intesa maggiore.
Sono anche gli anni del Futurismo, da cui Guidi, a suo stesso dire, riceve "uno scossone pensoso", che tuttavia non determina scelte in quella direzione, in fedeltà anche con il suo costante e rigoroso atteggiamento di non sentirsi condizionato da alcuno: "Guardo tutto, osservo tutto, non mi servo di nessuno".
Ma Boccioni è l'artista che lo impressiona di più del secolo. Erano nati intanto: Ritratto di Adriana con un segno ancora impressionista, in cui però si notava lo sforzo della ricerca sul colore, sulla luce, e sulle loro possibilità plastiche; Vecchia malata, piccoli ritratti, i bozzetti per la Visita, Donna con le uova, La madre che si leva, ancora attraversati da echi di Courbet e di altri impressionisti.
Nel 1920, nel 1922 e nel 1924 partecipa alla XII, alla XIII e alla XIV Biennale di Venezia: nel 1920 con la prima variante di Madre che si leva, nel 1922 con la seconda versione dello stesso quadro, giudicato da Adolfo Wildt "tra le più promettenti e indicative opere della nuova pittura italiana", e con Visita e nel 1924 con in Tram, dipinto l'anno precedente, che stupisce e suscita consensi di critica e di pubblico, oggi esposto alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma come uno dei capolavori della pittura italiana del Novecento, il cui fascino deriva da una situazione di suspence data da uno spazio senza tempo.
Espone con Carrà, De Chirico, Morandi e Soffici in varie mostre di Valori plastici, il gruppo di artisti formatosi attorno all'omonima rivista fondata a Roma nel 1918, che sosteneva i valori plastici e formali dell'opera d'arte in polemica con le avanguardie, rifacendosi a esperienze figurative del Rinascimento italiano in "cordiale contatto con la natura e il reale" liricamente riproposti.
Guidi in questi anni ricerca la spazialità di impianto 'classico'.
Nel 1925 si trasferisce nell'Uccelliera, a Villa Borghese, lo studio di Armando Spadini, da poco scomparso, per desiderio della vedova. Qui dipinge la Prima passeggiata a cavallo, Carabinieri a cavallo, e una serie di "interni", (Il pittore al cavalletto, Il pittore alla finestra) e i "paesaggi" ispirandosi spesso alla dinamica naturale ed umana della Villa, opere tutte dominate dalla disciplina e dall'equilibrio".
Riguardo alle relazioni che alcuni critici hanno voluto stabilire tra Guidi e Spadini, lo stesso artista ha sottolineato che Spadini era attratto dalla "luce naturalistica", lui invece da un sentimento della luce, che s'alternava tra quella meridiana dei toscani del '400 e quella un po' greve del '500 - '600 romano.
1926 -1929: sono gli anni del salotto artistico di Margherita Sadatti, che, ammiratrice di Sironi e Funi, organizza le mostre del Novecento Italiano, un gruppo di sette artisti, (Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Ubaldo Oppi, Gian Emilio Malerba, Piero Marussig e Mario Sironi), uniti dal comune bisogno di un "purismo, limpido e severo, solenne e trasognato", inclinata a "un riflusso verso i modelli della grande tradizione".
Alla prima del febbraio 1926 alla Permanente di Milano, Guidi espone Mia madre, Il pittore all'aria aperta, Figura di donna; nello stesso anno ritorna ancora alla Biennale di Venezia, la XV ed è anche presente al Carnegie Institute di Pittsburg.
Nel 1927 viene chiamato per chiara fama ad occupare la cattedra di pittura dell'Accademia di Belle Arti di Venezia, succedendo ad Ettore Tipo: vi resterà per otto anni fino al 1935. Nello stesso anno sposa una compagna di studi, da cui avrà qualche anno dopo una figlia e come aiuto della Sarfatti organizza la sezione Dieci artisti del Novecento Italiano, nell'ambito della 93° Rassegna della Società amatori e cultori di Belle Arti; partecipa anche all'Esposizione d'Arte Italiana di Amsterdam.
Nel marzo 1929 partecipa alla II Mostra del Novecento, sempre alla Permanente di Milano, con Figura, Donna che dorme, Paesaggio e viene ancora invitato alle manifestazioni d'arte di Pittsburg. Il naturalismo non descrittivo né impressionistico, ma limpido e severo del Novecento lo attrae, pur senza coinvolgerlo del tutto.
Continua a partecipare alla mostre estere del Novecento Italiano che aveva varcato i confini italiani: Buenos Aires (1930), Stoccolina ed Helsinki (1931), Oslo (1932).
Nel 1930 occupa con i suoi allievi la Villa di Stra per dar vita ad una scuola libera di pittura d'avanguardia e a un centro di cultura europea in opposizione al retrivo ambiente artistico veneziano; l'occupazione dura solo pochi giorni, perché il gruppo è allontanato d'autorità dalla Villa.
Venezia con Roma diventa la sua città: due modi di vivere e di far arte.
Venezia è soprattutto la città della luce, della luce intima, spirituale:

O vasti cieli chiusi nella mente,
o luce, o luce, figlia dei cieli.
Chiara viva castità della luce
figlia dei cieli, ignoti alla morte.


"Appena arrivato mi sono detto: qui tutto è moto; posso cercare io di fermare la natura meglio di là [Roma], dove tutto è fermo": è la scoperta dell'idea della luce, che illumina le cose e le forme e tutto riconduce ad unità pur rispettando le particolarità; della luce che penetra nei segreti delle cose e cogliendo nuovi rapporti e nuovi equilibri le inserisce nel dinamismo vitale dell'universo:

Tu sola inafferrabile forma
sei vera: che segretamente
nell'alveo della materna luce
l'essenza del mondo tutta racchiudi.


Nel 1931 espone alla prima Quadriennale di Roma alcune delle sue più importanti opere giovanili. Pubblica anche alcuni "Bollettini d'arte" a Bologna, in cui mette insieme le sue riflessioni teoriche sulla pittura.
Nel 1932 gli viene organizzata una prima mostra personale a Firenze ed è sempre presente alla XVIII Biennale di Venezia. Sono di questo periodo i cieli di Marine, La Giudecca e di Paesaggi, che preannunciano la luce mentale delle sue opere più mature.
Le Marine in cui Guidi "ha saputo dare di Venezia l'immagine spiritualmente più elevata della nostra epoca e, forse, di sempre , se si eccettua il Gurde nel '700", nascono nello studio delle Zattere, vicino al vecchio "Squero" e all'Osteria da Montin, dalle cui finestre si aprono a ventaglio le sagome del Mulino Stucky, l'isola di San Giorgio, il bacino di San Marco, la Giudecca. Intanto si sono ulteriormente tesi i rapporti con l'ambiente veneziano ancora molto ottocentesco, vista anche la sua indole polemica: una sera viene addirittura aggredito ed è costretto a fare a pugni.
Nel 1933 va a Parigi e viene affascinato dal colore-luce di Mondrian; riprende gli studi sul colore di Goethe, su cui rielabora la sua teoria dell'unità colore-forma-luce e quel sentimento cosmico, che ispirerà il suo lavoro successivo.
Nel 1935 lascia Venezia per l'accademia di Bologna, un ambiente più vivace e stimolante, che vede la presenza di Morandi e di Licini; si lega d'amicizia al primo ma anche a Carlo Carrà, a Pio Semegini e altri intellettuali del momento. A Bologna dipinge alcuni Ritratti e una serie di Incontri. Nello stesso anno partecipa con 36 opere alla seconda Quadriennale di Roma con una sala a lui interamente dedicata e vi ottiene il primo premio con Gino Severini.
Nel 1936 ha una mostra alla Galleria Il Milione di Milano, dove in sordina esponevano Morandi e gli astrattisti, e dove mette in mostra alcune delle sue Marine veneziane e alcune tele dove è già leggibile il segno della sua astrazione figurativa e si annunceranno le sue Figure nello spazio. Nello stesso anno nasce e si consolida la sua amicizia con il poeta Alfonso Gatto, che ne valorizzerà l'opera, anche di poeta, in una serie di scritti critici. Nel frattempo, prima in un'estate a Terracina, dopo nel suo studio, nascono le nuove Marine, fluide e trasparenti, ormai "puri spazi luminosi", in cui "il massimo dell'intensità visiva e poetica è ottenuto con il minimo di segni", con una schema tripartito - terra (balaustre), mare (le rive appena delineate), cielo - di grande efficacia lirica.
Guidi sperimenta sempre nuovi linguaggi, teso in un incessante ricerca espressiva, che di li a poco interesserà anche il codice verbale e che per ora lo vede anche attivo nel campo della litografia e dell'illustrazione: illustra volumi di Lucrezio, Virgilio, Mallarmè, Rimbaud.
Pur nella difficoltà del momento alla XXII Biennale del '40 vengono esposte quindici sue opere e un'altra mostra personale gli viene dedicata dalla Galleria Il Milione. Nel 1942 è ancora presente alla Biennale di Venezia. Nel frattempo, per diversi mesi non ha notizie della famiglia rimasta a Roma e molti suoi ultimi quadri vengono distrutti a Milano da un bombardamento. Le tele di Scontri di uomini e Incontri testimoniano le ansie e le angosce del momento.
Da Bologna in bicicletta torna a Venezia, dove molte cose stavano mutando: le nuove generazioni di artisti, gli Afro, i Pizzinato, i Vedova, i Turcato con Alberto Viani si sforzavano di reinserire l'arte italiana nel contesto europeo. Venezia è di nuovo una città viva, rifugio di artisti di vari paesi, e De Pisis vi dipinge le sue rapide vedute e offre "principeschi ricevimenti nel suo palazzetto".
In questo clima di novità e di fermenti, nascono le Figure nello spazio del 1947, che esporrà alla XXIV Biennale di Venezia, la "Biennale della speranza", la prima del dopo guerra, e tra il 1948 e i primi anni '50 le Angosce, ancora cariche delle tensioni della tragedia vissuta dall'Europa, espresse dal rinforzo di matericità suggeritogli dalla conoscenza dell'Informale.
Qualche mese dopo il Fronte nuovo delle arti di Venezia si divide in due, realisti e astrattisti, e ancora una volta Guidi preferisce camminare con le sue gambe per vie solitarie.
Intorno al '48 nasce la sua poetica della "luce spaziale" sulla convinzione che la luce è il vero principio su cui si reggono tutte le cose. Egli stesso cita in proposito Sant'Agostino, per cui senza luce non ci sarebbero né forme, né colori.
Ottiene dal Comune di Venezia di dipingere nella loggia del Palazzo Ducale, chiusa al pubblico, dove avranno vita i suoi piccoli Interni e le sue nuove Marine, per i quali si parla di "cromatismo astratto, di suprematismo, di action painting".
La sua figura asciutta, il suo volto dalle rughe profonde, con il naso pronunciato e i piccoli baffi, che ricorda quello di Eduardo De Filippo, le sue mani da scultore diventeranno familiari ai veneziani; Guidi esce di casa all'alba, nella sua frugalità compra due pandori freschi da mangiare nello studio in calle Ballaresso sopra l'Harrys Bar, al terzo piano, dove la sua giornata passa tra la pittura, lo studio e la conversazione, costellata di aforismi e citazioni, che chiama "contrafforti" delle idee, spaziando con la sua cultura nei secoli. La sua casa è poco distante.
Nel 1950 aderisce così, con Buzzi e Capogrossi al Movimento spaziale o Spazialismo di Fontana e nel 1951 con Ambrosini, Carozzi, Crippa, De Luigi, Dova, Fontana, Joppolo, Milani, Morucchio, Peverelli e Vianello firma il quarto e il quinto Manifesto dell'arte spaziale e partecipa nel febbraio 1952 alla collettiva del movimento alla Galleria Il Naviglio di Milano: ne è uno degli interpreti lirici. Ma i suoi volti, i suoi grovigli e tumulti, le sue architetture, le sue esplosioni cromatiche lo collocano nella direzione di un "espressionismo astratto", ancora una volta diverso dalle vere linee dello spazialismo.
Nel 1954 la XXVII Biennale di Venezia gli dedica una grande mostra antologica.
Nel 1957 gli viene assegnata una delle medaglie d'oro che il Presidente della Repubblica offre ai maestri dell'arte italiana: ormai i riconoscimenti non mancano più.
Nel 1958 ancora spasmodicamente alla ricerca di una sua più profonda identità, viene a contatto con i grandi della Scuola di New York e in particolare con la rigorosa geometria di Rothko, che ammira "per la sintesi, per la nudità ad un tempo circonfusa e per la forza naturale".
Nel 1958 con le Architetture umane e con le Architetture cosmiche esplora ancora nuove possibilità pittoriche di grande astrazione lirica, basate sulla purezza segnica e sulla chiara luminosità.
Nel 1959 esce la sua prima raccolta di versi, Spazi dell'esistenza: prende corpo la sua nuova sperimentazione sulla parola, che, se non aggiunge nulla alla sua lezione pittorica certo da quella nasce e si dipana: da questo momento in poi versi e immagini saranno un unico organismo. Sono di questi anni anche il cielo dei Tumulti, dei Tondi e delle Prigioniere.
Nel 1961 riceve dal Presidente della Repubblica la medaglia d'oro come benemerito della cultura.
Nel 1962 l'Assessorato alla Cultura e alle Belle Arti di Venezia gli dedica una nuova mostra personale nella Sala Napoleonica e nel 1964 gli viene assegnata ancora una vasta sala personale alla XXXII Biennale di Venezia.
Le sue mostre antologiche si susseguono a ritmo incessante: a Torino, al parco del Valentino, a cura della Promotrice delle arti nel 1965, a Firenze nel 1967 nell'ambito della mostra Arte Moderna in Italia 1915-1935, curata da Carlo Ludovico Raggianti, nel 1968 a Venezia al Palazzo delle Prigioni, dove appaiono alcune delle Grandi teste, che saranno trentadue e per le quali si è perfino parlato di un riferimento alla Pop Art; a Bologna nel 1971 in un ampia mostra antologica nel Palazzo dell'Archiginnasio del Museo Civico, promossa dall'Ente Bolognese Manifestazioni Artistiche; a Recanati nel 1972 in una mostra in cui, durante le celebrazioni leopardiane, viene presentato, con una bella cerimonia, il suo ultimo volume di versi; a Terinoli, sempre nel 1972, in una mostra - omaggio; a Venezia , a Ca' Pesaro, nel 1973 e nello stesso anno ancora a Bologna in un'altra mostra - omaggio dell'Ente Bolognese Manifestazioni Artistiche; a Firenze in una mostra personale alla Galleria Bocuzzi e a Mantova, alla Loggia di Giulio Romano; a Firenze ancora alla Galleria Pananti nel 1974; a San Gimignano, all'ottava edizione del Premio Raffaele De Creola per il paesaggio sempre nel 1974; a Roma nella Galleria I Volsci ancora nel 1974; a Palermo nel Palazzo Arcivescovile I Rassegna Nazionale del sacro nell'arte contemporanea nel 1976; a Jesi nel 1977, mostre tutte che mettono in luce i vari momenti della sua attività di pittore.
A Firenze nel 1967 gli viene assegnata una medaglia d'oro dalla Fondazione Cini e a Jesi il premio Rosa Papa Tamburi. Si è nel frattempo dedicato sempre più alla poesia, pubblicando altri volumi di versi: Poesie (1968), Poesie per Giulia (1967 -1970), la sorella minore morta nel 1970 dopo lunga malattia, Poesie recenti (1969 -1971), 1959 Poesie 1971 (1971), L'ingiuria delle nubi (1973), Amore ha gli occhi della pena (1974), Datemi le cose (1974), Poesie e incisioni (1974), Il mondo va per il suo verso (1976), Poesie- Gedichte (1977).
Riguardo all'interesse per la Pop Art del '68 - '69 lo stesso Guidi si confessa: "Io ho tenuto testa a questo movimento, e sì, mi sono preso quel tanto di libertà con le Grandi teste. Gli americani mi interessano perché non hanno ancora una civiltà profonda... Essi sono dei primitivi, senza il ciarpame brillante e prezioso della decadenza", e del primitivo aveva già scritto:

Primitivi colori
e primitiva gioia.
Deliziosi sapori delle ore
nell'età dei venti misteriosi.


Con le Grandi teste nascono anche i grandi Occhi nello spazio, come quelle inquietanti, penetranti, che scrutano all'esterno e all'interno, fin nelle più profonde viscere dell'essere, e poi ancora i Grandi alberi, apparsi a Ca' Pesaro nel '73:

Alberi, grandi alberi,
figli della forza creatrice della natura
verrò a rivedervi,
a ripigliar fiato presso la vostra saggezza
spiegata tra terra e cielo,
verrò senza ripudiare il mio tempo,
senza urto tra potere e potere

... alberi giganteschi
dalle rughe antiche
dalle radici tormentate
che si spingono dentro la terra.


Gli apparvero come scoperta nelle Marche nel '72 e si impossessarono della sua fantasia, in un momento in cui la poetica dello spazio-luce rischiava di irretirlo in una sterile indagine: una ribellione a se stesso, con il grande transito dal cielo alla terra, a quell'elemento terrestre che è insieme cielo, acqua e fuoco, e che nelle "strutture geometriche" e nelle "gigantesche radici", che entrano con tanta potenza nella terra, si rivelava simbolicamente inducendolo a "riflessioni sulla natura, sulle forme delle cose di natura, sulla intelligenza di quelle cose".
In questa pittura forte, materica, nuova, è inevitabile il richiamo a Morlotti, ma anche a questa straordinaria capacità sua di autorigenerarsi continuamente e, senza estraniarsi al suo tempo e ai suoi contemporanei, rimanere un solitario.
A ottant'anni dichiarò: "Sono convinto che stia per cominciare per me un decennio eroico, al termine del quale lascerò le cose per bene, come dovranno essere, concludendo la mia fatica nel modo che credo giusto". E in versi cantava:

Se porti tutti a te
conservando te stesso
puoi dirti senza età; segni fedelmente il tempo
nella sua bizzarria.
Lasciati andare nelle acque o quiete o turbinose del fiume,
non arenati alle sponde
anche se belle e feconde,
scorrono esse a sinistra e a destra.


La sua vita trascorre animata dall'arte, pittura e poesia, da naturali risorse "che non possono venire inglobate in una sola poetica".
Pubblica: La notte è un passaggio di eventi (1979), Giugno leopardiano (1979), L'età improbabile (1979), E quando la vita s'allunga (1980), La poesia del male (1982).
Nel 1979 nel Palazzo Arcivescovile a Palermo si svolge La Rassegna Nazionale del sacro nell'arte contemporanea.
Nel 1981 a Palazzo Fortuny a Venezia, viene inaugurato il Museo Guidi, che nel 1990 viene trasferito nella chiesa di San Giovanni Novo.
Nel 1982, nella Galleria BIMC di Parigi viene allestita la sua unica mostra di disegni.
Certo la FAMA è sempre più penetrata dentro di lui:

Il dolore è un fiume in piena che devasta e feconda.


Incerta è l'alba
impietoso il giorno
torbido il crepuscolo,
la speranza è nella notte.


Naviga la speranza verso la luce,
ma spesso non approda.

E appare una più insistente citazione del Dio "mai visto allo scoperto":

Io credo a quel che tu non credi
e vedo fin là dove non vedi
eppure non mi avvolge la luce
e tutte le ombre mi inseguono.


Ma

l'incertitudine
è la sola acquietante luce,
la sola forza attiva nel cerchio
che l'esistenza recinge.
I grandi filosofi sono ingenui: nessuna filosofia dà quiete.


Solo la luce resta, sua eterna compagna, sua ispiratrice di sempre:

Potenza e sapienza della luce
tu soccorrimi!
Di tutto dubito e temo, non te
che sei divinità rivelata.


E con la luce, linfa vitale e rigeneratrice, gli resta la libertà, anche quella di morire:

Ed eccomi ancora a te
libertà
senza l'infelice ipocrisia
dei tuoi amanti.
Stammi vicina
seppure incoronata di spine.


Si spegne il 7 gennaio 1984 a Venezia, due settimane dopo l'inaugurazione della mostra delle sue ultime opere chiudendo così il ruolo di protagonista, che per più di sessant'anni aveva esercitato nella realtà artistica del Novecento.
Dalla data della sua scomparsa ad oggi, molte importanti mostre ed iniziative hanno avuto lo scopo di mettere in evidenza questo ruolo e di collocare opportunamente l'opera del Maestro nell'ambito della storia dell'Arte del Novecento.

(a cura di Anna Maria Ruta)