Una vita semplice e lineare quella di Giovanni
Varvaro (Palermo, 25-8-1888 - Palermo,
6-6-1973).
Artista geniale e versatile, cresce in un ambiente familiare ricco di
stimoli d'arte. Si diploma all'Accadernia di Belle Arti di Palermo nel
corso speciale di Figura nell'anno 1914-'15
e nell'ottobre del '15 consegue l'abilitazione all'insegnamento del Disegno.
La sua attività di pittore prende avvio su direzioni tardo-impressionistiche
alle quali lo avvia l'insegnamento del maestro Enrico
Fazzone, interessante pittore, allievo di Vincenzo
Riolo, dal taglio segnatamente realistico.
Insegna a lungo all'Istituto d'Arte ed è docente assai vicino agli allievi.
Nel suo studio di vicolo Malfitano, si incontrano e muovono i primi passi
nel cammino della pittura Vittorio Corona,
Pippo Rizzo e Gianni
Carramusa. Qui, nel 1913 e fino
al '19, disegna sotto la sua guida Corona,
che vi trascorre tutte le sue giornate, qui ha ospitalità Pippo
Rizzo al suo ritorno da Roma nel '21, dopo le esperienze e i contatti
intrecciati con l'ambiente futurista romano, e qui Rizzo
rimane, quando Varvaro se ne allontana,
facendone "il centro dei giovani più audaci e vivaci della
città". Viste le sue abilità di antiquario e di restauratore
e la sua attività di direttore della sezione decorativa della Fabbrica
della Ceramica Florio, avviatosi al Futurismo, le sue preferenze vanno
all'ambito delle arti applicate, in una collaborazione gioiosa e bohémienne
con gli amici Corona e Rizzo,
dando vita ad una produzione episodica, ma vivace e apprezzabile.
Il Futurismo, che lo attrae quando già la sua maturazione di uomo
e di artista è pienamente avvenuta, lo stimola per due o tre anni
in tutto: il 1927 e il 1928
soprattutto, e in parte il '29, esauriscono
la vena avanguardistica di Giovanni Varvaro,
e tuttavia sono sufficienti a testimoniare certe nascoste possibilità
della sua più intima fantasia, tra il favolistico ed il surrealistico,
che contribuiscono a segnare di un tocco tutto personale il suo particolare
repertorio sperimentale.
Espone quadri futuristi per la prima volta nel 1926
a Villa Gallidoro, a Palermo, nella Mostra regionale
d'arte e alla IV Biennale nazionale calabrese
di Reggio Calabria; nel 1927 è presente
alla Mostra d'arte futurista nazionale
de Il Convegno di Palermo; nel 1928
alla XVI Biennale di Venezia (Luci + Città
+ Riflettori) e nella I Sindacale siciliana. Nel 1929
è presente nella II Sindacale e nel 1930
con Vita campestre partecipa alla Mostra
giovani pittori e scultori siciliani della Camerata
degli artisti di Roma, Pippo Rizzo
gli dedica un amichevole profilo nel numero unico "Arte futurista
italiana" del 1929.
Abile musicista (suona vari strumenti, anche tipici, come il fischietto,
il mariulo, il nangalarruni, ma soprattutto la chitarra), nell'aprile
del '28 suona davanti a Marinetti
al Circolo della Stampa ispirandosi a
Mafarka il futurista e balla un frenetico
charleston futurista tra calorosi applausi.
Tenta in modo divertito anche l'esercizio paroliberista in due sintesi
cromatico-naturalistiche, in cui ciò che colpisce è proprio l'insistenza
sui valori cromatici.
Dopo il 1929 rimane nel complesso lontano
dalle manifestazioni pubbliche.
Dagli anni Trenta e Quaranta
in poi, e fino alla morte, continua a dedicarsi alla pittura in ambito
assai solipsistico. Come molti altri artisti futuristi, negli anni
Cinquanta, tenta anche di rifare alcuni dei suoi quadri degli anni
Venti, distrutti dai bombardamenti o dispersi dall'ondata di indifferenza
e di oblio, che investe il movimento. Bisogna attendere il 1947
per segnalare a Buenos Aires, non a Palermo o, comunque, in Italia, una
sua personale.
(A.M. Ruta)