| Quando Palermo
sognò di essere capitale d'arte
Storia di pittori, circoli e gallerie
in un libro di Cristina Alaimo
di Sergio Troisi - La Repubblica
del 05-11-2006
Nel 1889 Paolo Vetri ed Ettore
Maria Bergler, firmandosi con gli anagrammi Don Paolo Rivet e Don
Tereto De Riama, dipinsero una grande composizione raffigurante i personaggi
più noti dell'ambiente artistico palermitano (da Basile
a Lojacono, da Marchesi
e Di Giovanni).
Un autoironico Carro di Tespi dove il
deserto alludeva con tutta probabilità alle difficoltà dell'ambiente
locale, e allo sviluppo ancora embrionale ma già carente nelle
sue linee direttrici di un moderno sistema dell'arte. Eppure erano gli
anni, alla fine dell'Ottocento, in cui la nuova fisionomia della città
all'interno dello stato unitario e la concezione educativa delle arti
stimolavano, anche a Palermo, la costituzione di circoli e associazioni
in grado di mediare tra artisti , pubblico e istituzioni anche in termini
di acquisti e committenze: la formazione del Casino
delle Arti, del Circolo Artistico
(i cui componenti sono appunto raffigurati nella composizione di Vetri
e De Maria) e infine della Civica
Galleria d'Arte Moderna sembravano riprodurre infatti i gangli
principali del meccanismo che metteva negli stessi anni radici nelle principali
città italiane in un contesto economico a prima vista favorevole,
e che in Sicilia si mostrava in ogni caso insufficiente. Restava latitante,
nell'isola, un anello fondamentale tra gli altri: quello del gallerista
capace di mettere sotto contratto gli artisti più promettenti come
avveniva a Parigi o Milano, e di imporre, insieme al mercato, un reale
rinnovamento del gusto.
L'episodio è ricordato da Cristina
Alaimo quasi ad esordio del saggio "Il
sistema dell'arte a Palermo" (Kalòs edizioni, con una
prefazione di Salvatore Butera, pagine
126, 10 euro, che si presenta martedì alla libreria Kalòs)
: un testo che individua i momenti più importanti e significativi
lungo l'arco di quasi un secolo, dagli ultimi decenni dell'Ottocento sino
agli anni Sessanta, rilevando, per ogni situazione, slanci e debolezze,
ambiguità localistiche e capacità di dialogare con situazioni
più solide e avanzate, attardamenti e informazione in tempo reale.
Una carrellata in chiaroscuro dove però, alla fine, le ombre prevalgono
sulle luci, e le occasioni mancate o comunque presto interrotte sulle
generosità di alcuni singoli operatori culturali. Un panorama che
conferma ì termini di una questione meridionale anche per le arti
visive per il periodo preso in esame (diverse sarebbero le conclusioni
per quanto riguarda la
contemporaneità) che sconta i peccati di sempre: più che
una emarginazione spesso lamentata come unica causa (e spesso alibi passepartout
di una cattiva coscienza), l'assenza di una moderna borghesia produttiva,
l'insufficienza della visione urbanistica, la miopia istituzionale, le
liasons clangereux con la politica.
Due episodi su tutti: il vuoto in cui subito prima della guerra cade l'invito
di Pippo Rizzo alla Civica Galleria d'Arte
Moderna perché acquisti una versione dei Cavalli
in riva al mare di De Chirico
e un dipinto di Modigliani, e la istituzione,
nel 1963, di una Biennale palermitana che già presumeva di fare
concorrenza a quella di Venezia e che invece si conclude, come nelle migliori
tradizioni cittadine, a coda di topo appena due anni dopo. Non senza però
avere sperperato non poco denaro pubblico.
Le iniziative prese in esame lungo la trattazione del libro diventano
così, giocoforza, emblemi di una situazione irrisolta: dall'azione
di Pippo Rizzo e del suo drappello futurista
durante gli anni Venti alla politica del Sindacato promosso dal Regime
fascista in un'ottica di gestione del consenso, dagli interventi nella
Palermo degli anni Trenta del Gruppo dei Quattro (la cui diaspora sancisce
quella scelta dell'emigrazione intellettuale che sarà paradigma
dei decenni successivi) alle esposizioni della Galleria Mediterranea promossa
da Lia Pasqualino Noto prima a Palazzo
De Seta e quindi nei locali di fortuna della libreria di Fausto
Flaccovio, efficace — caso forse unico — nel determinare
quegli acquisti della Civica Galleria (Pirandello,
Guttuso, Casorati,
Sironi tra gli altri) che costituiscono
ancora oggi il nucleo più rilevante delle raccolte novecentesche
del museo. E, per il dopoguerra, l'attività stabile ancora di Flaccovio
(nelle cui sale fa il suo esordio con una mostra di disegni Bruno
Caruso, che di lì a poco impaginerà anche la rivista
"Sicilia", momento fondamentale nell'attività del grande
libraio—imprenditore), le scelte della Bottega L. e A. (libri e
arte: una galleria tutta al femminile, fondata da Alba
e Maria Gulì e Pina
Catania Cotroneo), tese a privilegiare il panorama nazionale rispetto
a quello locale (e spicca, nel '54, una mostra dedicata al neonato Movimento
Nucleare)
ma anche a proporre al pubblico palermitano autentiche chicche come le
incisioni con cui nel 1931 Picasso aveva
illustrato "Il capolavoro sconosciuto" di Balzac.
Sino ad arrivare agli anni Sessanta, con la riapertura della Civica Galleria
d'Arte Moderna (1964: curiosamente con una mostra dedicata a Lojacono,
come avverrà dopo oltre quarant'anni in occasione della nuova sede
nei locali del Convento di Sant'Anna, ricorsi storici almeno sintomatici
di una visione della propria genealogia culturale), le mostre Revort 1
e 2 (nel '65 e nel '68) in cui sono presenti alcuni tra gli esponenti
più in vista delle ricerche di quel periodo, la gallerie private
gestite direttamente da artisti (come Arte al Borgo di Maurilio
Catalano e Il Chiodo e poi il Paladino di Filippo
Panseca) la tardiva definizione del gallerista - mercante (La Tavolozza,
la Robinia, l'Asterisco) le cui scelte tuttavia si attestano verso nomi
già affermati del Novecento italiano.
Non a caso saranno queste gallerie, più accorte nella gestione
delle proposte, a imporsi come riferimento per il pubblico e il collezionismo,
mentre la maggior parte di altre iniziative private - sino agli anni Ottanta
- è costretta a chiudere i battenti dopo pochi anni di attività.
Sono, del resto, decenni in cui la distinzione della geografia culturale
in centri e periferie segna confini molto più netti di quelli attuali,
e dove non è facile imporsi nel panorama artistico da una postazione
ritenuta marginale. La formazione del sistema dell'arte si arresta, così,
a metà del guado: le rivendicazioni localistiche non sono state
neppure capaci di documentare le vicende palermitane all'interno delle
raccolte pubbliche per buona parte del secolo scorso, se non in modo confuso
e casuale; né, d'altro canto, miglior sorte hanno avuto - in termini
di reale diffusione di un gusto e di una visione - le presenze sporadiche
e intermittenti del panorama nazionale e internazionale. Probabilmente
è dalla coscienza di questo duplice scacco che occorre ripartire
in una situazione rapidamente mutata rispetto al passato prossimo. |