La mostra collettiva comprende opere di Gianfranco
Ferroni, Attilio Forgioli, Franco
Francese, Alberto Gianquinto,
Piero Guccione, Renato
Guttuso, Carlo Mattioli, Ennio
Morlotti, Franco Sarnari, Ruggero
Savinio, Lorenzo Tornabuoni,
Piero Vignozzi.
Catalogo con testi di Sergio Troisi, Paolo
Nifosì, Cristina Alaimo.
La mostra mette in relazione il percorso di alcuni fra i significativi artisti
italiani del secondo novecento, in un momento in cui si fa chiaro il passaggio
tra due mondi: quello delle avanguardie storiche e quello della nuova sperimentazione,
dei nuovi media. Ognuno dei pittori presenti s'impone sulla scena della
ricerca pittorica con un'originale mescolanza fra sguardo sul passato e
innovazione.
"Questa tensione pronta a innestare il dialogo tra presente e passato
si è alimentata, nell'opera di Renato
Guttuso, di una volontà programmatica che ne ha costituito
il limite ma, paradossalmente, anche il coraggio intellettuale". La
stessa tensione rivelano le opere coeve di Piero
Guccione "i cicli delle Carrozzerie
di automobili o quello di Attesa di partire
- ma anche i Frammenti di Franco
Sarnari, dove l'inquadratura ravvicinata sul corpo umano è
debitrice dell'immaginazione fotografica e filmica ma finisce poi per rivelare
nella sgranatura pulviscolare una qualità luminosa squisitamente
pittorica".
"La rarefazione dell'immagine sino a farla coincidere con la sua filigrana
- con la sua ombra - è comunque uno degli aspetti che la pittura
ha individuato a fondamento della sua indagine". In questo solco s'inquadra
la ricerca di Gianfranco Ferroni fatta
di segni essenzialità spaziale; il lavoro di Piero
Vignozzi rarefatto nel suo sguardo sulla semplice quotidianità
di esterno domestico.
Subito dopo la guerra Ennio Morlotti
s'impone in un originale impeto naturalista che nel gesto espressionista
contiene la tensione dell'organico.
Sulla fascia della rilettura dell'informale ma con sguardi profondamente
diversi si collocano anche grandi pensatori come Carlo
Mattioli o Franco Francese "tra
i pochi in Italia, a guardare alla pittura di Bacon
o di Sutherland". Ruggero
Savinio risolve la sua figurazione lirica nel tempo onirico del mito,
"complice la grande lezione di Moreau
e Redon" mentre Attilio
Forgioli inventa paesaggi multiformi "in un arazzo appena sgranato
di luci dove la penombra è bandita". Alberto
Gianquinto si serve del segno per comporre melodie di paesaggi dal
colorismo veneto. E infine Lorenzo Tornabuoni
che riprendendo Schiele testimonia quanto
"l'eredità del secolo appena trascorso sia lontana dall'essere
accantonata".
(Le citazioni sono tratte dal testo in catalogo di Sergio
Troisi).
A cura di Cristina Alaimo
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