Artista
romano trapiantatosi in Sicilia, Sarnari
fin dalle sue prime esperienze, durante gli anni Cinquanta, riesce a costruire
attraverso diversi aspetti di un'unica ricerca, una sottintesa operazione
d'arte nuova e necessaria. L'artista riflette sulle coordinate più
ampie della pittura, mettendole in crisi, cancellandole
e riproponendole secondo il suo punto di vista.
La mostra in questione, la seconda personale dell'artista alla Galleria
Sessantuno, si propone di aggiornare la visione dei temi affrontati
dall'artista. Saranno quindi presentati alcuni esempi della serie dei Frammenti
con cui l'artista analizza pittoricamente il tempo dell'amore, ritrova la
sospensione negata del reale dipingendo particolari dei corpi immersi nell'astrazione
del sentimento. Un abbraccio, una visione ravvicinata e algida di tempi
e spazi che in realtà sfuggono all'analisi, resi da Franco
Sarnari in maniera assoluta e marmorea come punti di riferimento
rispetto al fluire rapido e indeterminato delle vite degli amanti. Presente
tra le opere in mostra anche uno degli studi sul movimento dell'Onda
con cui Sarnari immobilizza nuovamente
l'attimo, che in questo frangente diviene collettivo, dando corpo a qualcosa
facente parte della realtà più vera e per questo meno visibile,
scrive Nifosì: "Nel momento
di maggiore tensione politico-ideologica in Italia e in Europa, alla fine
degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, con accesi dibattiti sulla
funzione dell'arte, Franco affronta
il tema del mare, dell'onda, una grande massa nera, a voler dire delle angosce,
delle paure delle speranze risucchiata in quel ventre immenso, buio prima
della luce che da lì a poco forse ritornerà come condizione
possibile."
All'interno del percorso visivo su Sarnari,
ancora hanno spazio le nature morte e gli studi sui fiori: "i
maj", gli Oleandri, le Mimose.
Strumenti di pittura, di espressione dell'universo ontologico dell'artista
che diventa quello di tutti, basta lievemente scalfirlo, penetrarlo nei
suoi termini più essenziali come la dimostrazione del colore, irresistibile
traccia di una realtà assoluta. Il colore nella sua gamma di sovrapposizioni
e abbondanza di toni diventa quasi il termine della temporalità,
per le nature morte come per gli oggetti, nei campi di maj
come nei vasi di mimose, strutturate, riempite da un colore elaborato. Esso,
in tal modo, risulta quasi ricamato da uno sguardo che nella sua attenzione
filtra non solo la normale percezione del visibile ma anche la sfera più
nascosta degli oggetti, lo spazio intermedio fra soggetto e oggetto indagato,
il pulviscolo atmosferico e le onde di energia di cui siamo formati. Il
tramite della visione è la visione stessa, incarnata nei suoi colori.
Quando la visione diviene ancora una volta studio, o per meglio dire attenzione
"all'altro", sbocciano gli sguardi "A
Monet e Pollock". Scrive Sarnari:
"Ogni elemento privato della relazione mentale prospettiva-meta, suggerisce
un "mondo" (altro da me), con autonome necessità, codici
e dubbi, evoca una qualità-emozione indipendente e singolare fine
a se stessa (…)". Così l'artista ci porge il tratto de La
pioggia e le rose (A Monet e Pollock), 2001, in un ingrandimento
che non è spaziale ma temporale, ancora una volta lo sguardo si dilata
fino a comprendere il sostanziale trasfigurato.
La ricerca di Sarnari è una
struttura con mille sottostrutture formate e composte in un'assenza di tempo
contingente, in uno spazio adibito a visione e esistente come tale. La fruizione
di una mostra di Sarnari è un
viaggio che con l'artista si compie nel disvelamento e nella comprensione
di un universo altro, quello dell'attenta cura alle chiavi della realtà
che dipinte, di nuovo, acquistano la loro sottintesa funzione.
Cristina Alaimo
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